Un nuovo inizio


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L’uomo entrò nella stanza con passo sicuro, e andò a sedersi sull’unica sedia libera. Alle sue spalle la porta olografica emise un lampo di luce azzurra confermando che il sistema di sicurezza era stato riattivato.

La persona che occupava l’altra sedia non mostrò alcun interesse per lui. Seduta di traverso, con le gambe incrociate su uno dei braccioli, la ragazza fissava un punto imprecisato della parete difronte, assorta nei suoi pensieri.
«I burocrati dei piani alti non vengono volentieri da queste parti…» gli disse, senza nemmeno voltarsi, e poi, accentuando di proposito il tono sarcastico, aggiunse «Mi chiedo cosa avrò fatto per meritare queste attenzioni…».

«Burocrate dei piani alti, eh?» L’uomo sembrò soppesare per un attimo quelle parole. Poi in silenzio appoggiò sul tavolo un dispositivo di archiviazione di ultima generazione e lo accese. Una lieve vibrazione percorse la superficie, e file e cartelle olografici si disposero su tutto lo spazio disponibile. La ragazza si voltò, quasi impercettibilmente.
«Meglio “cane da scrivania”» disse lui sorridendo, mentre con le dita scorreva rapidamente i vari file «penso mi si addica di più». Poi la sua espressione si fece più seria, e con la mano aperta selezionò uno dei file e lo avvicinò a sé. La ragazza si voltò un po’ di più.

«Uhm… Vediamo… Berenice Hyte, 21 anni, Neo-Asiatica. Ottimi voti, pessima condotta. Un talento, precoce non c’è che dire… per mettersi nei guai. Niente di eccezionale comunque…» l’uomo proseguì con tono garbato «…almeno a fino a quando non ha deciso di… com’è che dite voi giovani, signorina Hyte? Bucare i sistemi di sicurezza di una banca?».

«Non è un mistero, del resto è per questo che sono qui, no? Comunque quel “coso” di sicuro non aveva nulla… Bucarlo è stato un gioco. E il mio nome è Byte». Concluse lei con tono spavaldo, mentre con lo sguardo indugiava sul file olografico che il dispositivo di archiviazione proiettava davanti a lei.

«Un gioco…» L’uomo sembrò di nuovo soppesare le parole della ragazza «Un gioco che ha dato non pochi grattacapi agli esperti informatici delle banche di mezzo mondo…» Commentò, e tendendo la mano aperta davanti a sé, serrò rapidamente il pugno, spegnendo il dispositivo d’archiviazione. La superficie del tavolo, dopo uno sfarfallio statico, tornò a bianca e anonima.

«Perché l’ha fatto, signorina Hyte?» Le disse quindi fissandola.

In tre anni di reclusione, e forse anche in 21 anni di vita, aveva sentito domandarsi il “come” delle sue azioni innumerevoli volte, ma mai il “perché”.

«Perché mi annoiavo. E perché potevo. Non ci sono altri motivi. E mi sembra di averle già detto che mio nome è Byte, signor cane da scrivania». E dopo una breve pausa aggiunse «Non ho molto da dirle e non ho tempo da perdere quindi…»

«…Oh, in realtà di tempo da perdere ne ha, signorina Hyte…» la interruppe lui, e dopo aver riacceso il dispositivo di archiviazione, aggiunse «…due anni a quanto mi risulta dalla sua scheda, giusto?» ma non attese la sua risposta. «…altri due anni da trascorrere in una cella più piccola e più spoglia di questa stanza. In una prigione dove la tecnologia più avanzata con cui avrà a che fare sarà… lo schermo olografico della sala comune, immagino, che era già vecchio prima che lei arrivasse qui. Le sue giornate non devono essere molto piene…»

Per tutta risposta Byte distolse lo sguardo dal dispositivo di archiviazione e tornò a fissare la parete.
«Ma le cose non devono per forza andare così. Sono qui proprio per offrirle un’alternativa. Un’alternativa che spero troverà interessante: quella di unirsi a noi».

Byte rispose senza nemmeno pensare «Non lavoro per il governo, io».
«Le sto chiedendo di lavorare per le persone non per il governo, signorina Hyte. E le sto dando l’opportunità di mettersi alla prova, di sfidare se stessa…»

L’ultima affermazione dell’uomo fece scattare Byte. «Che tipo di sfida pensa di poter offrirmi lei, con il suo burocratese e i regolamenti da rispettare? Non mi trovo bene tra le quattro mura di una cella e ancor meno mi troverei bene tra quelle di un’organizzazione di attiv…»

«Va bene, basta così, evidentemente il tenente Klaus si sbagliava su di lei…». L’uomo spense di nuovo il dispositivo di archiviazione, se lo mise in tasca e si alzò «…non ha la stoffa per far parte dei True Hunters, è solo una bamb…»
Byte serrò i pugni e scattò in piedi. Per la prima volta da quando era iniziata la conversazione, guardò negli occhi il suo interlocutore.
«Non creda di potermi giudicare solo perché in questo caso siede dalla parte del tavolo dei favoriti. Voi adulti con un briciolo di autorità siete tutti uguali, pensate di poter ridurre il valore di una persona a un numero… una pagella o un documento!».

L’espressione severa dell’uomo si distese lasciando il posto a un sorriso divertito.
«E allora me lo dimostri. Accetti la mia offerta, esca di qui e dimostri il suo valore. A me, agli altri, a se stessa».

Byte rimase un attimo in silenzio. Avrebbe voluto gridargli che aveva capito il suo gioco, che sapeva che stava solo cercando di provocarla per spingerla ad accettare. La consapevolezza dell’inutile monotonia delle giornate spese in prigione, però, le sembrava di colpo insopportabile di fronte alla concreta possibilità di uscire, di tornare a misurarsi con sfide stimolanti e… di avere a disposizione le tecnologie più avanzate, come quel dispositivo di archiviazione che l’uomo aveva nuovamente acceso.

«Forse potrei farle il favore di accettare, signor…»

«Lucius, Lucius Alia» si presentò infine l’uomo «E credo che il favore lo stia facendo più a se stessa che a me» disse con tono indifferente, mentre avvicinava la mano al documento che il dispositivo olografico stava proiettando. Attese un secondo che le sue impronte digitali si trasferissero sul file, e poi invitò Byte a fare lo stesso.

«Bene» disse quindi spegnendo il dispositivo e alzandosi «Da qui in avanti sarà il tenente Klaus a occuparsi di lei… La saluto… Byte».

Era già vicino alla porta quando Byte lo richiamò «Ha dimenticato il dispositivo di archiviazione…»

Lucius sorrise «Oh, può tenerlo, lo consideri un anticipo».